“Babele 56″
Un libro di Giorgio Fontana
C’è solo un modo per riuscire a captare in meno di tre quarti d’ora il mutare, il mescolarsi, il fondersi di tante culture a Milano e Giorgio Fontana lo sa bene.
“Babele 56” è un reportage narrativo in cui si lascia parlare la strada solcata dalle ruote di un autobus: “la 56”, il filo conduttore della narrazione. Otto fermate. Otto storie. La 56 è il bus “ degli immigrati” che percorre su e giù via Padova, “un autentico mondo in viaggio”, una Babilonia di culture. Ed è voglia di registrare il mescolamento, di raccontare il mutamento, di scoprire il meticciamento. Fenomeno assodato che cogliamo tutti i giorni, per le vie del centro, ancor più nei mercati di periferia, nelle biblioteche, fra i banchi di scuola. L’autore affronta l’argomento non da sociologo o da politico ma da scrittore e riporta i pensieri annotati su di un taccuino che ha portato con sé da capolinea a capolinea.
Questo non lo esime dall’affrontare argomenti delicati, quali la criminalità immigrata, che è anch’essa una realtà (come lo è quella italiana) e che quindi non va celata. Non tace neanche il timore di molti: “il vero dramma sta nell’omologazione forzata” ma ammette anche che “la grande maggioranza della popolazione è male informata o semplicemente se ne frega”.
Da qui lo scendere in strada e salire “ sull’autobus dei dannati”. Si va oltre la registrazione sterile del milanese medio e ci si sofferma sui volti, sulle bocche e sulle storie che proprio quelle bocche vogliono raccontare. Storie che si leggono negli occhi stanchi di Keis, ragazzo tunisino ventiseienne,“con una storia più grande di quanto pretenderebbe la sua età”, ex-spacciatore; o negli occhi fieri di Josè, ingegnere peruviano, oggi direttore di Editora Latina in Italia, o ancora negli occhi sereni di Kamal, ex-giocatore di cricket cingalese. Occhi che celano ricordi spesso fatti di dolore ma che Keis non vuole perdere perché difficili ma “ che ti fan sentire vivo”.
Una delle più grandi difficoltà è la lingua. Non poter comunicare crea muri ben più alti di quelli creati da una faccia, un colore o da un abito differenti. Da qui la volontà di “occidentalizzarsi”.
Per alcuni solo una forma di sconfitta, per altri, l’unico modo per crearsi un “io” nuovo e sentirsi bene.
Poi un giorno, ascolti una melodia leggera, lontana creata dagli strumenti musicali dell’Orchestra multietnica di via Padova che tiene insieme tutte le influenze musicali e le combina “esaltando la ricchezza del singolo senza sacrificare il gruppo”. E’ armonia nel compromesso. Ti rendi conto che “la verità è nelle cose che si fanno insieme”. Una Milano “rimappata”. Solo una terra, dove gli immigrati arrivano, lavorano e sperano in una vita migliore o diversa.
Storie “irripetibili, dotate ciascuna di una sfumatura precisa.” Ti accorgi che, forse, un orizzonte unico c’è, come quello che sta cercando l’orchestra di via Padova. Conoscere per giudicare. Vivere l’accoglienza ammettendo la preziosità della diversità. Specchiarsi nell’altro per intravedere noi stessi.
Giorgio Fontana,
Babele 56
Terredimezzo editore, euro 7,00
/Irene De Luca
(pubblicato su Quattro, n.108, Settembre 2009)
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